Per lungo tempo gli studiosi affermarono che le invasioni messe in atto dai barbari avessero bruscamente interrotto qualsiasi attività artistica e culturale e per questo identificarono l’Alto Medioevo come un periodo di decadenza.
Attualmente si è abbandonata questa linea di pensiero e si è completamente rivalutata questa epoca, riconoscendo a queste popolazioni il merito di aver introdotto tecniche innovative e nuove tendenze estetiche; le categorie classiche di bellezza e proporzionalità furono rifiutate a vantaggio di un linguaggio più vivace e simbolico, colorato e geometrico.
Gli Hiung – Nu, una grande popolazione mongolica conosciuta in Occidente con l’appellativo di Unni, intorno alla metà del II secolo furono cacciati dalla loro originaria sede in Mongolia da un’altra popolazione, i Sien – Pi, appartenente allo stesso ceppo etnico. Si mise così in moto una incontrollata reazione a catena, un movimento accelerato che spinse i diversi gruppi etnici, a ondate successive, verso l’estrema barriera dell’Impero.
Il primo forte e traumatico scontro avvenne nel 410 quando i Visigoti di Alarico giunsero fino a Roma, seguiti poi, a ondate successive, dai Vandali di Genserico nel 455, e dagli Unni di Attila.
Tra V e VI secolo, a causa spesso degli interessi degli imperatori di Bisanzio, comparvero popolazioni diverse, capeggiate da uomini dotati di straordinarie capacità, come Teodorico, che con gli Ostrogoti arrivò in Italia spinto dall’imperatore bizantino Zenone alla cui corte era stato educato.
Dopo la morte di Teodorico, avvenuta nel 526, e la riconquista di alcuni territori italiani da parte dei Bizantini, la nostra penisola fu attraversata da passaggi di popolazioni come i Franchi e gli Alamanni; tutto questo sino al 568 quando i Longobardi, precedentemente stanziati in Pannonia, irruppero nel Friuli per poi stabilirsi in pianura padana.
Lo scontro con i Bizantini non terminò in modo deciso e questo comportò la frammentazione del territorio italiano e la sua trasformazione in “concetto geografico” che ebbe termine solo nel 1870.
Dopo la disfatta finale dei Longobardi avvenuta nel 774, alla corte di Carlo Magno, nell’ultimo decennio dell’VIII secolo, Paolo Diacono scrisse la Historia Longobardorum che rappresenta la fonte più importante per la storia dei Longobardi in Italia. In quel periodo alcune porzioni dell’Italia gravitarono nell’orbita della politica extranazionale, entrando a far parte dell’Impero Carolingio.
Nel IV secolo gli Unni introducono in Europa il cosiddetto stile policromo; con questa definizione è da intendersi un tipo di decorazione diffusasi tra III/IV secolo fino all’VIII in una vasta area geografica.
Questo stile si fondava sul contrasto tra il fondo del metallo, oro e argento, e il colore delle pietre preziose che vi erano incastonate. L’origine sarebbe da porsi nelle zone transcaucasiche del Ponto dove si erano fusi gli influssi dei popoli delle steppe con quelli tardo ellenistici e iranici.
Elemento costante era l’utilizzo di almandine, pietre rosse simili al granato, il cui nome deriva dalla città di Alabanda in Asia Minore.
Inizialmente le pietre vennero inserite entro lamine appositamente traforate, oppure fissate in castoni isolati (cabochons); con il trascorrere del tempo al posto di pietre isolate furono realizzate superfici composte da pietre e paste vitree, collocate all’interno di un reticolato continuo di celle ad alveolo (cloisonné).
Spesso le almandine erano enfatizzate perché poste su un fondo di foglia d’oro zigrinata; i castoni presentavano varie forme, con disegni figurati a cuore o a goccia.
Lo stile policromo era una tecnica utilizzata su oggetti, come fibule, appartenenti a corredi funebri; tra i documenti più interessanti risultano alcuni oggetti della Tomba di Childerico, re franco morto nel 482. Più grandi e ricche erano le necropoli longobarde come quelle di Nocera Umbra, Castel Trosino (Ascoli Piceno), Testona in Piemonte e Cividale.
Sin dall’origine e, anche, fino al momento della loro discesa in Italia la produzione artistica dei Longobardi era circoscritta soprattutto all’oreficeria; essi producevano monili, amuleti, pettini, fibbie di cinture e abiti (fibulae), scudi, collane, else di spade, lance, fuseruole (piccole sfere forate nel centro utilizzate per bilanciare il fuso durante la filatura) e, più tardi, orecchini e anelli con pietre incastonate.
Questa produzione era tipica in una situazione sostanzialmente seminomade, improntata ad una organizzazione tribale e guerriera.
L’uso di seppellire con i morti armi e gioielli, emblemi della posizione sociale del defunto, ha, inoltre, favorito la conservazione di queste importanti testimonianze; si tratta di una oreficeria definibile come germanica.
La produzione di origine pontica venne importata in Europa centrale tramite gli Unni di Attila, ed era caratterizzata da fibule “ad arco” o “a S” con un ampio utilizzo di incastonature con pietre almandine e paste vitree.
Gli artigiani avevano la completa padronanza delle tecniche artistiche, dalla lavorazione a sbalzo alla filigrana, dalla granulazione alla lavorazione a traforo, con una specifica predilezione per l’intarsio, che animava le superfici di alveoli o castoni riempiti di pietre preziose o paste vitree.
Tra tutte le opere prodotte nel periodo longobardo interessante è la Lamella di Agilulfo (conservata al Museo del Bargello di Firenze), re dei Longobardi dal 591 al 615 e sposo di Teodolinda, convertita al cattolicesimo da Gregorio Magno e figura emblematica della cultura latina medievale.
La Lamella fu rinvenuta in Toscana, nella Val di Nievole, e costituiva originariamente il frontale di un elmo; vi è raffigurata una sorta di acclamatio imperiale realizzata a sbalzo e cesello su bronzo dorato.
Essa risulta modellata su bassorilievi tardo antichi anche se è decisamente originale sia nel soggetto che nella resa formale delle immagini latine. Il sovrano è seduto rigidamente al centro, fiancheggiato da due gruppi simmetrici, due armati cui seguono due Vittorie alate che reggono un labaro e, infine, due gruppi di due offerenti alcune dei quali portano una corona sormontata da una croce.
Agilulfo dimostrò la volontà di riaccostare il suo popolo alla civilitas romana, sancendo ufficialmente la salita al potere di una linea di tendenza filo – cattolica e filo – romana, destinata ad assumere, nel regno longobardo, una importanza crescente: la Lamella di Agilulfo è una esplicita testimonianza di questa volontà.
Le crocette in lamina d’oro, rintracciate soprattutto nelle necropoli, sono una delle espressioni più emblematiche della cosiddetta “oreficeria longobarda”.
Esse rappresentano una suggestiva testimonianza del trapasso storico che mutò ciò che erano stati i Longobardi prima della conquista in una realtà completamente diversa.
A partire dai primi decenni del loro insediamento in Italia le crocette auree iniziano a far parte dei doni funebri c on i quali i Longobardi, per antichissima usanza pagana, accompagnavano l’inumazione dei morti. La decorazione è spesso costituita da un intricato rivestimento di intrecci nastriformi; altre volte esse presentano una contaminazione con tecniche, forme e moduli, di origine bizantina.
La croce gemmata nasce da un incontro tra la visione costantiniana e la Gerusalemme celeste, come appare nell’Apocalisse di Giovanni, assimilata alle gemme, costituite da materia incorruttibile e, dunque, in grado di trasmettere incorrotta la luce solare, metafora della luce divina.
In ambito longobardo la croce gemmata e figurata, unita quindi a varie forme dell’immagine di Cristo, si ispirava a prototipi venerati nei santuari/martyria palestinesi, a Gerusalemme, Betlemme e Nazareth.
Una traccia di queste forme si ritrova in una serie di oggetti portati dai pellegrini al ritorno dalla Terrasanta e attualmente conservati nel Tesoro del Duomo di Monza, costituito in prevalenza dai doni fatti da Teodolinda alla cattedrale da lei stessa costruita. Sempre nel Tesoro del Duomo di Monza si trova la splendida Croce di Agilulfo rivestita su entrambe le facce da gemme e perle, incastonate con grande simmetria. Un altro prezioso manufatto esposto a Monza è la Theca persica, legatura per codice legata al nome di Teodolinda.
Sono presenti otto cammei classici incastonati in una spartizione imperniata sul tema della croce; la Theca è da identificarsi con uno dei doni che, dopo la conversione dall’arianesimo, Teodolinda ricevette nel 603 da Gregorio Magno, insieme alla Croce di Adaloaldo (figlio di Teodolinda e Agilulfo, battezzato nel 603 e re dal 615 al 626).
La figura intera del crocefisso di Adaloaldo è incisa a niello con una grande forza astrattiva e, allo stesso tempo, grande intensità emotiva.
Nell’altare della Cappella di Teodolinda, sempre nel Duomo di Monza, è custodita la Corona Ferrea uno dei prodotti di oreficeria più importanti dell’Occidente.
La corona è chiamata in questo modo dalla sottile lamina di ferro che la circonda internamente ricavata, secondo la tradizione, da un chiodo della croce di Cristo. La sua lavorazione è molto raffinata , con gemme incastonate, fiori stilizzati realizzati a sbalzo e smalti.
La tradizione che collega la corona alla passione di Cristo spiega il forte valore simbolico attribuitole da diversi sovrani come Berengario I (888) e Napoleone I (1805) che l’avrebbero utilizzata nelle incoronazioni per legittimare l’origine divina del loro potere.
Alcuni studiosi hanno messo in dubbio la datazione canonica che l’assegnerebbe al IX secolo per identificarla, piuttosto, come un prodotto dell’età tardo antica, forse ostrogota.
In epoca carolingia avvenne una ripresa delle attività edilizie ed artistiche che va sotto il nome di “Rinascenza carolingia”, di cui l’imperatore Carlo Magno, incoronato nell’800 d.C. da Leone III, fu il principale promotore.
L’oreficeria carolingia fu una delle espressioni più alte della Rinascita carolingia, caratterizzata da un uso sfarzoso di metalli preziosi, pietre e smalti. Celebre è il Talismano di Carlo Magno, un pendente in oro con granati, smeraldi, perle e zaffiri in cui era racchiuso un frammento della croce di Cristo e una ciocca di capelli appartenuta alla Vergine Maria. L’Altare di Sant’Ambrogio rappresenta una delle espressioni più straordinarie dell’oreficeria carolingia.
Le sue forme, che ricordano quelle di un sarcofaga antico, erano state concepite quale ideale tomba del santo il cui corpo era, però, custodito in un vano sottostante, visibile tramite due sportelli.
L’intera struttura è rivestita in lamine d’oro e d’argento, lavorate a sbalzo e cesello, incorniciate da smalti ornati di gemme e pietre preziose.
Il fronte è decorato con episodi tratti dai Vangeli che si susseguono intorno alla raffigurazione centrale di Cristo, posto al centro della croce, circondato da simboli degli Evangelisti e dagli Apostoli che assistono alla teofania.
Il vescovo di Milano, Angilberto, e Vuolvinio, l’artista esecutore dell’opera, sono accompagnati da iscrizioni che li identificano mentre si inginocchiano davanti Sant’Ambrogio che li incorona e li benedice a testimoniare l’importanza del loro ruolo.